In barca sono solo uno che rema

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Intervista a Carmine Cesario, atleta paralimpico del Cus Bari

Il mare di Bari forse non lo vede, ma lo sente. Lo ascolta. Lo sfida. Carmine Cesario, classe 1985, è la testimonianza vivente che il limite non è quasi mai dove gli altri pensano che sia. Nato prematuro, “perché, forse, avevo fretta di esserci”, oggi è un atleta di interesse nazionale nel pararowing.

Carmine oggi è vicepresidente della Asd Aps UIC Bari e consigliere provinciale dell’Unione Italiana Ciechi di Bari: si occupa, quindi, attivamente di sport per non vedenti.

Lo abbiamo incontrato al CUS Bari, tra odore di mare e aria di canottaggio.

Carmine, la tua storia inizia con una battaglia: sei nato un po’ prima del dovuto e pesavi meno di mezzo chilo…

«Sì, sono nato molto prima dei nove mesi, con l’ostinazione di chi non può aspettare. Quella fretta, però, mi è costata la vista: una retinopatia del prematuro mi ha causato cecità nell’occhio sinistro e mi ha lasciato solo un piccolo spiraglio nell’occhio destro. Oggi vedo nitido solo in un raggio di venti centimetri. Tecnicamente sono un cieco assoluto, ma forse quel carattere testardo che mi ha fatto nascere così presto è lo stesso che oggi mi fa stare in barca.»

A scuola lo sport è sempre stato un terreno un po’ impervio

«Sì. Durante l’ora di ginnastica – perché prima si chiamava così -, spesso finivo ai margini della palestra… in panchina. Non era cattiveria del professore: forse paura. “Giustamente” temeva che mi facessi male: la responsabilità era troppo grande. Credo che il vero limite non fosse la mia vista ma la difficoltà degli altri a immaginarmi completamente dentro il loro… il nostro mondo. Io, però, volevo avere solo la possibilità di provare, di cadere e di rialzarmi. Come tutti.»

Dopo il nuoto, il calcio a 5 e l’atletica, il canottaggio: perché proprio i remi?

«Il canottaggio è arrivato in un momento particolare della mia vita: dopo il divorzio, verso la fine del 2024. Galeotto fu il mio lavoro al CTO, proprio di fronte al CUS Bari. Andavo spesso al bar del Cus per un caffè e quando passavo davanti alla vasca voga, rallentavo sempre un po’: mi piaceva tantissimo il rumore dei remi nell’acqua. Quel giorno, fra un pensiero e l’altro, ho chiesto il contatto del referente pararowing e l’ho chiamato subito. Paolo Attolino mi ha dato tutte le informazioni del caso e fissato subito il primo allenamento: è stato amore a prima vista.»

Cosa ha di speciale questo sport?

«Mi ha colpito subito per “il suo punto di vista”: si rema senza guardare dove si sta andando. In un certo senso, mi sono sentito subito “normale”. In acqua ho capito che vedere e orientarsi sono cose diverse ma parallele. E oltre ai tuoi colleghi, in barca c’è un altro compagno di voga, quasi sempre presente: il vento. Io il vento lo ascolto. Come un velista esperto, lo leggo da come mi accarezza le guance. E mentre remo, oltre al vento ascolto quel rumore che mi piace tanto: il rumore delle pale che entrano in acqua. Se il colpo è pulito, lo scafo scorre bene e lo senti sotto il corpo. Liscio. Fluido. Meraviglioso. Dove non arrivano gli occhi arriva la sensibilità. Poi ho imparato a controllare l’andatura, a rallentare. E rallentare non significa fermarsi: significa muoversi con consapevolezza “sentendo” lo spazio.»

Raccontaci dell’ambiente che hai trovato al Cus: qualche nome?

«In primis Paolo Attolino: un’anima grande che mi ha accolto a braccia aperte. Poi Pinuccio Martinelli, l’allenatore della squadra pararowing che mi ha letteralmente “messo i remi in mano” e Vito Dagostino, anche lui allenatore degli Special Olimpics. Ma anche Palma Gaudio e Vincenzo Di Maio, master con cui mi sono allenato molto bene, e Sabino Bellomo, l’allenatore della squadra agonistica: grandi persone, competenti ed empatiche. Mi scuseranno tutti gli altri che non ho citato. In realtà tutto l’ambiente della sezione canottaggio, e del Cus in generale, è popolato da persone “giuste”, inclusive e per bene: si vive lo sport nella sua forma più genuina.»

«Mi sono bastate poche battute per individuare in Carmine il prototipo dell’atleta che ogni allenatore vorrebbe allenare – dice Paolo Attolino -: volontà, caparbietà e resilienza. Oggi grazie al suo impegno, anche gli atleti con difficoltà cognitivo-comportamentali hanno un loro modello da emulare.»

E ora la preparazione sportiva: oggi la tecnologia ti aiuta a essere più autonomo anche negli allenamenti “a secco”.

«Esattamente. Grazie alla tecnologia oggi posso allenarmi al remoergometro in totale autonomia. Tramite app posso leggere in tempo reale i parametri del display nelle cuffie. Prima un atleta non vedente aveva sempre bisogno di una guida al fianco; oggi posso gestire i miei tempi e i miei progressi da solo. Questa autonomia l’ho portata fuori: mi ha dato un metodo, una routine che uso anche nella vita quotidiana.»

Parliamo di risultati: come sei arrivato in così poco tempo a indossare la maglia azzurra?

«È stato un percorso incredibile. Una strada faticosa e molto intensa che mi ha fatto capire che la disabilità si può trasformare in forza e soddisfazioni. Dopo allenamenti seri e costanti, a luglio dell’anno scorso ho avuto la mia prima gara: il Campionato Italiano di Ravenna, sullo splendido bacino della Standiana. Ero capovoga sul Quattro Con PR3 mix. Risultato? Medaglia d’argento!  Lì Paola Grizzetti, pioniera dell’allora Adaptive Rowing a inizi Duemila, e poi alla guida della squadra nazionale pararowing, mi ha contattato ed è nato il mio coinvolgimento nella Nazionale. E poi altre gare, sia indoor sia in acqua, per arrivare a Parigi, dove ho ricevuto la classificazione internazionale.»

Parigi? Raccontaci tutto

«L’esperienza nella capitale francese è stata un sogno. Siamo partiti dal raduno di Corgeno, a fine aprile, dove mi è stato ufficialmente consegnato il body della Nazionale Italiana Paralimpica dal presidente FIC in persona, Rossano Galtarossa. È stato un giorno magnifico, pieno di emozioni, paure e consapevolezza, ma soprattutto con una grande voglia di dare tutto per quel body.

Carmine Cesario con il presidente FIC Rossano Galtarossa a Corgeno, al raduno pre Parigi

Da lì siamo partiti in pullman per la regata internazionale di Parigi. Dopo dodici ore, siamo arrivati direttamente sul campo di gara. Sì, quel campo di gara: il bacino di Vaires-sur-Marne, dove si sono svolti gli ultimi Giochi Olimpici! Il vento, l’odore del lago, le lingue straniere… emozioni forti. Tutti uniti dallo stesso obiettivo, lottare per la propria nazionale. Elisa Corda, della SC Corgeno, era la mia compagna di barca sul Doppio PR3 mix. Gara bellissima, vinta dallaGermania davanti a Uzbekistan e Turchia. Noi quarti, esausti ma super contenti di aver onorato quel body. Infine, pochi giorni fa, medaglia d’argento ai Campionati Italiani di Piediluco, questa volta al carrello numero 2 del Quattro Con PR3.»

Carmine con Elisa Corda a Parigi

Qual è il messaggio che vorresti arrivasse, magari proprio a quegli insegnanti che hanno in classe un ragazzo con disabilità?

«Che lo sport è uno strumento potentissimo per abbattere i pregiudizi e per agevolare la vita. A scuola dovrebbe essere uno spazio dove ogni studente può esprimere il proprio potenziale. Bisogna insegnare ai ragazzi a collaborare, a sviluppare empatia. Io, grazie allo sport, ho smesso di sentirmi “quello da aiutare”. In particolare, in barca sono semplicemente un atleta. Sono uno che rema.»

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