
The Boys in the Boat: un film che, per un canottiere, è pura realtà. Intenso, forte, emozionante. Per chi ha vissuto il canottaggio davvero, non è solo una pellicola: è un viaggio nel sudore, nella fatica, nella testa. È rivivere e riconoscere ogni emozione, magistralmente rappresentata in quelle scene.
La trama
Adattamento cinematografico del romanzo Erano ragazzi in barca, di Daniel James Brown, è la storia vera della squadra di canottaggio dell’Università di Washington negli anni Trenta, durante la Grande Depressione. Al centro c’è Joe Rantz, un ragazzo con un passato difficile che trova nel canottaggio una possibilità di riscatto.

Insieme ad altri giovani come lui, senza soldi ma pieni di determinazione, entra a far parte dell’equipaggio universitario. Allenamento dopo allenamento, sacrificio dopo sacrificio, il gruppo si trasforma in una vera squadra, imparando a fidarsi l’uno dell’altro e a remare come un solo corpo. Contro ogni pronostico, arriveranno fino alle Olimpiadi di Berlino del 1936, dove si troveranno a sfidare le squadre più forti del mondo in un contesto carico anche di tensioni politiche. Per sapere come si classificano in quella finale dovete guardare il film! È una storia di sport, sì, ma soprattutto di riscatto, unità e resistenza.
Il film
George Clooney dirige, senza inutili spettacolarizzazioni, un cast piuttosto interessante ed eterogeneo: attori esperti mescolati a volti meno noti. Un po’ come un vero equipaggio di un otto: c’è il campione e quello che deve ancora dimostrare tutto. E questa cosa, sullo schermo, si sente.
Callum Turner interpreta Joe Rantz. Non è un attore “urlato”, ma funziona proprio per questo: è asciutto, fisico, credibile.
Joel Edgerton è l’allenatore Al Ulbrickson. È quello che dà solidità al film: pochi discorsi, tanta presenza. Rende bene l’idea del coach vecchia scuola, duro ma giusto. Uno di quelli che non parla troppo… ma quando lo fa, lo ascolti.
Peter Guinness interpreta George Pocock, il costruttore delle barche. È una figura quasi “filosofica”, e Guinness riesce a darle quella calma e profondità che nel canottaggio contano tantissimo.
Il resto del cast — Sam Strike, Jack Mulhern, Luke Slattery e gli altri — funziona soprattutto come gruppo più che come singoli. Ed è giusto così: il film non vuole creare star, ma un equipaggio.
Tutto il cast si è allenato davvero come una squadra di canottaggio, con sessioni intense in acqua per risultare credibile. E si vede: sincronizzazione, stile, spinte di gambe… non è solo recitazione, è quasi coreografia sportiva.
Le presenze femminili danno corpo e profondità alla narrazione. Fra tutte Hadley Robinson, che interpreta Joyce, la ragazza di Joe. Porta un po’ di luce emotiva, anche se il film resta molto concentrato sul gruppo maschile.
In ognuno di questi personaggi un canottiere traspone il proprio riferimento reale: l’allenatore, la fidanzatina, l’allenamento d’inverno… e si vede sulla scena. In ogni scena.
Lo sguardo del canottiere
Chi ha remato sa che la vera fatica non è quella che si vede, ma quella che si sente dentro: nei calli sulle mani, nel fiato che manca, nell’ultimo colpo che non è mai l’ultimo, nell’allenamento quotidiano (anche due), nel ritmo, nella tecnica che deve essere perfetta al millimetro.
E il film questo lo descrive bene: le scene in barca sono belle e credibili. Il rumore dei carrelli, la poesia dell’acqua a ogni colpo, quella sensazione di essere otto corpi ma una sola mente… c’è. Non sempre perfetto, certo, ma abbastanza vero da far venire i brividi a chi conosce una partenza, un passo concentrato, un arrivo stremato al fotofinish.
Il canottaggio non è mai individuale, nemmeno quando lo sembra. Anche il singolista pensa ai suoi allenamenti, al suo allenatore, ai suoi compagni. E nelle barche multiple è fiducia cieca: se uno sbaglia, sbagliano tutti.
Questo film restituisce bene quella trasformazione da individui a equipaggio. Forse manca un po’ di profondità emotiva fuori dall’acqua, e alcune dinamiche sono più “da cinema” che da spogliatoio. Ma quando la barca parte… tutto il resto passa in secondo piano.
Cosa significa in Puglia
Questo film per i canottieri di Bari rappresenta qualcosa in più: Giuseppe Bellomo, classe 2003, rema nella stessa università di Joe Rantz. Dopo una carriera fulminante (Campione del Mondo 2023 a Plodviv sul Quattro Con) è stato selezionato dalla Washington University per studiare e remare. L’ultimo risultato sull’Otto il 27 marzo 26 a Saratosa, Florida, dove ha battuto l’università di Harvard (a 1,57”) e quella di Stanford.

Giuseppe è “figlio d’arte”: suo padre Sabino (campione del mondo sull’Otto PL nel 1988 a Milano, moltissime medaglie nazionali, internazionali e mondiali) ora allena la squadra agonistica del CUS Bari, in cui rema l’altro figlio campione: Leonardo. Classe 2007 ha già conquistato diverse medaglie in campo internazionale (Argento ai Mondali di Trakai 2025 sul Quattro di Coppia e, fra gli altri trofei, Oro ai mondiali Beach Sprint di Barletta in doppio U19 con Pasquale Tamborrino).
Giuseppe e Joe sono lontani nel tempo ma parlano la stessa lingua, ancora attuale e immutata (tranne che nella tecnologia).
Come Joe Rantz, anche Giuseppe arriva all’Università di Washington con un sogno da realizzare. È vero: Giuseppe non parte da zero: il canottaggio ce l’ha nel sangue. Ma questo non rende il percorso più facile; lo rende più esigente. Perché oltre alla fatica dell’acqua, c’è anche quella del confronto: con un cognome importante, con una storia già scritta, anche lui si trova a remare in un contesto altamente competitivo, lontano da casa, dove ogni allenamento è una prova e ogni uscita in barca è un esame. La sua carta vincente? Saper conquistare la fiducia di tutti i suoi compagni e diventare un punto di riferimento per tutta la squadra.
Comunque, alla fine, il punto di incontro è sempre lo stesso: la barca. Perché lì dentro non conta da dove vieni, che tu sia un ragazzo della Depressione americana o un talento cresciuto a Bari in una tradizione familiare importante. Conta solo una cosa: riuscire a diventare parte di un unico movimento. È in quel momento che il film smette di essere solo cinema… e diventa realtà.
Per chi se lo fosse perso, è su Raiplay:
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