Dal CUS Bari alla maglia azzurra da allenatore: il viaggio di Riccardo Ricci

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Sedici anni, un padre che lo porta quasi “di forza” al CUS Bari e un remo messo in mano da Michele Santoro. Poi Massimo Biondi, la passione, le gare, gli studi e una scelta maturata molto presto: diventare allenatore. Oggi Riccardo Ricci è nello staff tecnico della Federazione Italiana Canottaggio.

Era il 2011 e Riccardo aveva appena compiuto 16 anni. Aveva smesso di fare sport e attraversava un periodo che lui stesso ricorda come «un anno un po’ così»: secondo anno di liceo, poca voglia di muoversi. Allora ci pensò suo padre, che di sport d’acqua se ne intendeva: insegnava vela a Scienze Motorie e conosceva Bepi Altamura, storico allenatore del CUS e docente di canottaggio nella stessa facoltà. «Mio padre, quasi di forza, mi portò al CUS – racconta Riccardo – e mi disse: “Da oggi fai canottaggio: ti devi muovere”».

Quella che sembrava una decisione autoritaria del padre sarebbe diventata una delle svolte più importanti della sua vita.

Al CUS Bari, quindi, comincia la vita da canottiere di Riccardo: la prima esperienza in barca, con Michele Santoro e Massimo Biondi, due, anzi tre allenamenti alla settimana e poi sempre di più. «Mi ricordo sempre le uscite in Quattro Yole del martedì, del giovedì e del sabato: ogni uscita, tanto sudore e tantissima soddisfazione».

E insieme agli allenatori c’è il CUS Bari: una grande famiglia che accoglie tutti i ragazzi di “buona volontà” e li “imbarca” in chilometri in acqua, divertimento, ma anche infondendo loro una giusta dose di agonismo. È lì che in Riccardo nasce qualcosa che va oltre la semplice attività sportiva: la voglia di capire il canottaggio, di studiarlo, di insegnarlo.

«Michele è stato per me ed è tuttora veramente un ottimo insegnante: è quello che mi ha messo i remi in mano. Ma è stato Massimo Biondi che mi ha fatto appassionare tanto al canottaggio. Possiamo dire che è “colpa di Massimo” se ho sviluppato questa passione sfegatata per fare l’allenatore». Perché il modo in cui Biondi lavorava con lui e con i compagni di squadra gli ha lasciato il segno.

Prima, però, c’è l’atleta. Con il CUS Bari Riccardo ha conquistato un titolo italiano di tipo Regolamentare nel Due Yole, con Carlo Vedana e Davide Barletta al timone. Nel canottaggio olimpico arriva la medaglia di bronzo nel Quattro Con ai Campionati Italiani del 2017, a Milano. E poi quel quarto posto nel Doppio Senior a Ravenna, nel 2016, insieme a Mario Castoldi: una di quelle gare che non si scordano mai. C’è stata anche un’altra medaglia di bronzo in Quattro di Coppia ai Campionati Italiani Senior, conquistato con i colori della Canottieri Roma.

Risultati importanti, ma che Riccardo legge anche alla luce delle difficoltà con cui a Bari ci si allenava in quegli anni. Dopo l’incidente di Mangialardi, per un lungo periodo non si poteva più uscire in barca nel porto; allenarsi richiedeva sacrificio e adattamento. Un’esperienza che, inevitabilmente, ha contribuito a costruire il futuro allenatore.

Dopo una breve esperienza come allenatore del gruppo master del CUS Bari, Riccardo si è trasferito a Roma. Subito arruolato nel Circolo Canottieri Roma, arriva la sua vera gavetta: bambini, agonisti, Master… le prime trasferte e le prime responsabilità da affrontare da solo.

È lì che il progetto comincia a prendere una forma precisa.

Nel frattempo, ci sono gli studi. Riccardo consegue a Bari la laurea triennale in Attività Motorie e Sportive e poi, a Roma, al Foro Italico, due lauree magistrali: Scienze e Tecniche dello Sport e Sport Management. Un percorso impegnativo, portato avanti mentre lavorava e continuava a costruire la propria esperienza nel canottaggio.

«Credo che, al giorno d’oggi, formarsi in queste materie sia fondamentale per fare un lavoro ad alto livello», spiega. Una formazione che oggi gli permette di guardare allo sport non soltanto dalla prospettiva tecnica, ma anche da quella gestionale. Perché allenare, soprattutto ai livelli più alti, significa anche saper organizzare, leggere dati, gestire persone e costruire un progetto: bisogna essere manager dello sport.

Dal 2019 Riccardo collabora a tempo pieno con la Canottieri Roma: il direttore tecnico decide di testare diversi allenatori di secondo livello attraverso periodi di tirocinio. Ben presto, accanto al lavoro di allenatore, si occupa anche di raccolta e analisi dei dati. Passa ancora poco tempo e arriva la chiamata nello staff tecnico della Nazionale.

«Indossare la maglia azzurra come allenatore è davvero una sensazione fantastica», racconta. Gare di livello altissimo, atleti eccezionali e un’esperienza molto diversa dalle trasferte societarie. Ma soprattutto la soddisfazione di vedere gli atleti della Nazionale ottenere risultati importanti come quelli ottenuto alla Coppa del mondo di Plovdiv e agli Europei di Varese. Il culmine sono stati i Mondiali Assoluti di Amsterdam, ad agosto: cinque finali, tre maschili e due femminili. Io seguo la squadra femminile e sono molto contento delle ragazze: il Due Senza si è piazzato ai piedi del podio e il Doppio ha ottenuto una storica finale dopo ben 21 anni. I maschi hanno portato a casa un titolo mondiale e un terzo posto.

Il ragazzo che nel 2011 arrivò al CUS Bari quasi trascinato dal padre si trova così dall’altra parte della barca, con una maglia azzurra addosso e una responsabilità nuova: contribuire alla crescita di altri ragazzi.

Ma il filo con Bari non si è spezzato.

«Il CUS Bari è sicuramente casa». Non è soltanto un modo di dire. Riccardo abitava praticamente di fronte: lì ha trovato amici, allenatori, compagni e soprattutto una parte importante della propria identità non solo sportiva. È ancora socio e, nonostante oggi torni raramente a Bari, conserva un forte legame con i colori sociali.

Guarda anche al presente del CUS e ne riconosce la trasformazione: «Anche grazie al suo presidente, Antonio Prezioso, oggi il CUS Bari è una società completamente diversa rispetto a quando la frequentavo io: si è molto evoluto, ha investito in barche e attrezzature e sta ottenendo ottimi risultati anche a livello internazionale».

Nel racconto di Riccardo, però, c’è un ultimo pensiero che attraversa tutto il viaggio: quella dedicato alla famiglia. «Un ringraziamento particolare voglio farlo ai miei genitori», dice. Sua madre e suo padre lo hanno sostenuto dall’inizio, dagli studi alla vita a Roma, accompagnandolo nelle scelte e nelle difficoltà.

Il canottaggio era cominciato con un padre che, quasi di forza, lo aveva portato al CUS.

Quattordici anni dopo, quel ragazzo è diventato allenatore della Nazionale italiana.

A volte una passione comincia con qualcuno che ti dice: “Da oggi fai canottaggio”.

Checco Lananna

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